Zongzi alla cantonese e il Festival delle barche drago

Il quinto giorno del quinto mese dell’anno cinese (30 maggio 2017) si festeggia il Festival delle Barche Drago o Duanwu Jie e da 1500 anni ci sono due elementi che contraddistinguono questa celebrazione: le regate delle barche drago e gli zongzi da mangiare. Ma da dove deriva questa festa che si è diffusa a macchia d’olio in tutta la Cina travalicando i suoi confini e seguendo le sue genti in giro per il mondo?

Iniziamo con il dire che il numero 5 nella cultura cinese ha sia valore positivo che negativo (a seconda di come viene adottato), ma il doppio 5 non viene visto per niente bene tanto che viene usato ancora oggi per “imitare” il pianto (55=wuwu).

Il racconto più diffuso parla del poeta Qu Yuan (340 a.C – 278 a.C.) alto consigliere alla corte di Chu (nella Cina centro-meridionale) durante il periodo dei regni combattenti: estremamente leale e patriottico era particolarmente preoccupato della potenza del regno di Qin, ma fu preso in antipatia dalla corte corrotta e spedito in esilio. Durante questo periodo produsse una serie di opere rimaste nella storia, ma infine giunse la notizia della caduta di Chu proprio ad opera di Qin: già minato da una profonda depressione, devastato dalla notizia e in segno di protesta verso quella corruzione che lo aveva bandito Qu Yuan decise di suicidarsi gettandosi nel fiume Miluo.
E qui inizia la leggenda: alcuni dicono che i paesani si precipitarono sulle barche per cercare di recuperare il corpo, facendo rumore con tamburi e gettando cibo per distrarre i pesci; altri affermano che Qu Yuan si trasformò in uno spirito dell’acqua che andava placato con offerte di cibo, ma che un drago (e le barche drago ne sono un ricordo) continuava a intercettare le offerte così il fantasma del suicida apparve ai suoi sostenitori suggerendogli di avvolgere il cibo nel bambù per proteggerlo (da qui gli zongzi) .
Come molte volte accade è probabile che la storia di Qu Yuan si sia intrecciata a pratiche ancora più antiche legate alla coltura del riso in un periodo dell’anno delicato in cui bisognava propiziarsi i favori delle divinità, arricchendo la leggenda con il sentimento del patriottismo.

Le regate sono divenute sempre più importanti nello svolgere della festa tanto da avere una federazione internazionale a loro dedicata (IDBF) e un calendario fitto di eventi.

Gli zongzi sono divenuti fondamentali durante il Duanwu Jie, ma si possono anche trovare in molti ristoranti che propongono il Dim Sum (il tea time cinese) durante il resto dell’anno.
Gli zongzi sono fondamentalmente riso glutinoso condito, avvolto in foglie e cotto per lungo tempo; a seconda della zona la sua forma cambia, ma la più famosa è quella di un tetraedo; così come la forma, cambia anche il condimento che può essere salato o dolce in una grande varietà di gusti.
Gli zongzi cantonesi sono chiamati Chung (Jung) e possono avere al loro interno noci, castagne, giuggiole e/o pasta di fagioli rossi nella versione dolce, mentre in quella salata si possono trovare prosciutto, uova, maiale o pollo.
Ho scelto di proporvi una versione salata con arachidi, pancetta, salsiccia, fagioli e uova, ma come avrete capito tutto si può cambiare e sostituire: nella vostra cucina potete usare al posto delle arachidi, delle noci di Macadamia o delle noci pecan; italianizzare il tutto con uova, prosciutto e piselli; realizzare una versione vegetariana usando fagioli dall’occhio e funghi; usare al posto delle foglie di bambù, delle foglie di loto.

Zongzi con giuggiola centrale

Tutti gli ingredienti possono essere acquistati negli alimentari cinesi o, alla peggio, su internet. L’utilizzo delle foglie dona un aroma particolare al riso che sicuramente non avrebbe utilizzando dei contenitori o pellicola termica. Tradizionalmente si usano dei tuorli salati di uova d’anatra, comodamente venduti sottovuoto nei banchi frigo, ma al negozio nel quale sono andata erano finiti, trovando solo della salsiccia cinese (un tipo di salsiccia essiccata/stagionata). L’utilizzo del riso glutinoso è fondamentale per avere la consistenza super-appiccicosa/gnocco tipica di questo piatto, in caso non piacesse potreste sperimentare fondendo oriente e occidente in una chimera “zongzi+arancino siciliano”: se ci provate veramente fatemi sapere come è andata! 😉
Ho preparato anche alcuni zongzi ripieni di giuggiole essiccate da servire con dello sciroppo a parte. Yum!

La tecnica per avvolgere gli zongzi (formando il famoso tetraedo) può essere facilmente visionata su youtube, in caso però vi lascio un’utile schema tratto dal libro “Chinese Feasts & Festivals: A Cookbook“. (in inglese lo so 😦 )

Gli zongzi alla cantonese risultano essere molto grassi, quindi suggerisco in abbinamento del Pu Ehr Shu Cha, tè nero cinese dalle particolari note di sottobosco che aiuta a sgrassare la bocca ed è un eccellente digestivo.

Alba propone in abbinamento un Colli Orientali del Friuli Pinot grigio, vino dall’assaggio avvolgente, fresco, appena sapido e con eco minerale.

Valeria

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Cheesecake di pisellini e prezzemolo con gocce di zabaione al parmigiano

I pisellini, soprattutto se novelli, sono legumi teneri dalla tendenza così dolce che possono essere gustati anche crudi e se mescolati ad un formaggio fresco danno gusto e compiutezza ai piatti primaverili.

Ricchi di fitoproteine rendono morbido il gusto di questo cremoso cheesecake verde tenue.

Per rimanere sui toni del verde ho aggiunto una generosa sminuzzata di prezzemolo, una pianta aromatica che non ha bisogno di grandi presentazioni. Col suo colore brillante trova largo impiego in cucina anche solo per dare un tocco di freschezza e per abbellire la presentazione dei piatti.

Per completare il sapore di questo cheesecake vegetale ho scelto uno zabaione salato, una salsina ghiotta che lascerà i vostri ospiti piacevolmente sorpresi.

Consiglio in abbinamento un COF Chardonnay, vino bianco che invoglia il sorso con agile freschezza, sostenuto da una piacevole scia sapida. Eco agrumata.

Valeria suggerisce in abbinamento un Dong Ding, tè oolong dai piacevoli sentori floreali e dalle note vanigliate.

Alba

 

cheesecake ai piselli

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Crostata di rape bianche

In casa mia mi sa meglio una rapa,
ch’io cuoca, e cotta s’uno stecco inforco
e mondo e spargo poi di aceto, e sapa,
che all’altrui mensa tordo, starna o porco.
Ludovico Ariosto, Satire, III

Così l’Ariosto scriveva nell’intendere che preferiva un mangiare povero, ma suo, che tutta la carne sulle tavole altrui. E la rapa è stata per secoli il simbolo del cibo povero prima che venisse soppiantata in questa veste dalle patate.

Per oggi non vi proporrò di farla allo spiedo (anche se adoro le barbabietole cotte e condite con un goccio di aceto balsamico di Modena), ma una crostata salata semplicissima e dal gusto sorprendente.

Una torta simile viene fatta nell’entroterra del Savonese, lassù al confine tra l’Imperiese e il Cuneese, dove vivono le capre e le rape crescono saporite e infatti se voleste un sapore più deciso vi consiglio di sostituire il Grana Padano con un buon pecorino, in parte o totalmente.

Abbinate a questa crostata una tazza di Keemun, tè rosso cinese dalle note leggermente legnose e floreali che si abbina perfettamente alla sapidità del formaggio e alla dolcezza della rapa cotta.

Alba propone in abbinamento un Colli Orientali del Friuli Sauvignon, vino bianco dalsorso carezzevole, fresco e minerale.

Valeria

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Capitolo 40, una tazza di Silvery Needle e un piatto di lasagnetta reale

Notte argentata, notte romantica in cui stare soli non è possibile. Elisa passa l’ultima notte con Daniele prima che questo parta l’indomani per un mese.
Elisa pensa a tutto quello che le è successo, a quello che ha perso e a quello che ha trovato: guarda tutto in una nuova prospettiva perfino la stanza dalla quale, è sicura, si sia gettata Alba 30 anni prima; e mentre guarda giù dalla finestra quello strapiombo “ebbe la sensazione di avere finalmente capito come pagare il prezzo che doveva pagare, chiudere il cerchio e saldare i conti con il passato”.
(Perché ho la sensazione che stia per fare una cazzata pazzesca?)

Per la lettura di oggi ho preparato quello che potrebbe essere un piatto da re e imperatori per la sua composizione di materie prime considerate costose e particolari, ma anche il tè non scherza: ho evitato un Bai Hao, considerandolo troppo delicato per un qualsiasi abbinamento, ma ho utilizzato il fratello Silvery Needle che ha aggiunto una nota fruttata alla preparazione.
Alba suggerisce in abbinamento un Verdicchio di Matelica, vino bianco morbido che conquista per la piacevole cadenza fresco-sapida.

Valeria

Lasagnetta reale

Ingredienti per 3 porzioni

  • 4 sfoglie all’uovo 10x15cm
  • 6g di uova di lompo o di pesce volante
  • 3 pettini di mare freschi (capasante)
  • 45g di polpa di granchio
  • 1,8g di fecola di patate
  • 1,4g di olio di sesamo
  • 3g di zucchero
  • 0,6g di sale
  • pepe bianco

Separare il corallo dalla noce della capasanta. Tritarlo e unirlo alla polpa di granchio; amalgamarvi la fecola, l’olio, lo zucchero, il sale e il pepe a gusto.

Sbollentate le sfoglie per dargli una prima cottura e formate la lasagnetta alternandola con l’impasto di granchio (aiutatevi con dei coppapasta o delle miniteglie).

Sistemate le 3 noci di capasanta sull’ultima sfoglia: volendo si possono tagliare a fettine sottili per armonizzare il futuro boccone.

Cuocete a vapore per 10 minuti.

Servite decorando con il caviale.

Per chi lo gradisse, potreste dare la possibilità di aggiungere in tavola olio al peperoncino o tabasco.

Capitolo 23, una tazza di Darjeeling Monteviot first flush e un cestino di pane di segale con mousse di salmone e cetrioli

Elisa, nella locanda a fare colazione, chiede ad Alba informazioni sulla possibile produzione di tè nel borgo (sta indagando sul misterioso tè della madre), ma le informazioni che riceve sono negative. In compenso le parla di una ragazza che anni prima era particolarmente appassionata di tè (sospetto di Daria a questo punto, ovvio!). Uscita dalla locanda Elisa va a trovare Vittoria alla Casa delle Camelie e qui si scopre che il figlio Renato è morto tre anni prima! Girovagando nell’esplosione di colore del giardino Elisa si ritrova davanti proprio lei: la camelia gialla! (Coincidenza?)
Sopraffatta dalle emozioni e confusa, Elisa decide di salutare Vittoria senza chiedere spiegazioni…

Mentre approntavo le tartine per questo Tea Time ho pensato di proporvi un classico della cucina inglese: la mousse di salmone! Qui impreziosita dalla presenza dell’aneto. I cetrioli possono essere sia freschi che in agrodolce per dare una sferzata di gusto alla tartina.

Alba consiglia in abbinamento un Prosecco di Valdobbiadene Dry, appagante, morbido e fresco, piacevolmente sapido nel finale. Di persistenza agrumata.

Valeria

Tartine al salmone e cetrioli (ricetta originale)

Ingredienti:

  • pane in cassetta
  • salmone affumicato
  • cetriolo
  • panna acida
  • aneto sminuzzato
  • succo di limone
  • pepe

Mescolate in una ciotola la panna acida, l’aneto e il succo di limone, e aggiungete il pepe. Spalmate il tutto sul pane, disponetevi il salmone affumicato e il cetriolo tagliato a fettine sottili, poi coprite con un’altra fetta di pane.

Cestini di pane di segale con mousse di salmone e cetrioli (mia variante)

Ingredienti:

  • pane di segale in cassetta
  • 120g di salmone affumicato
  • 1 cetriolo
  • sale
  • 120ml di panna acida
  • 1 cucchiaino di panna montata non dolcificata
  • 1 cucchiaio raso di aneto sminuzzato (o senape all’aneto)
  • 20 ml di acqua calda
  • 4g di colla di pesce o mezzo cucchiaino di gelatina in polvere

Ammollate la colla di pesce nell’acqua fredda, strizzatela e dissolvetela nei 20ml di acqua calda.

Frullate il salmone con la panna acida, l’aneto e la gelatina dissolta. Incorporate anche la panna montata. Fate riposare il composto per almeno 6 ore in frigo.

Lavate accuratamente il cetriolo, affettatelo e cospargetelo di sale.

Rivestite dei pirottini imburrati con il pane di segale e passateli 5 minuti sotto il grill a tostare. Lasciate raffreddare.

Scolate i cetrioli dall’acqua che avranno formato.

Riempite i cestini di mousse e decorateli con i cetrioli.

Zuppa di cipolla in crosta di pasta sfoglia

Ricca, calda e densa. La zuppa di cipolle è un piatto umile, povero e assai diffuso nelle cucine tradizionali.

Tuttavia con l’aggiunta generosa di formaggio si trasforma in un piatto molto saporito.

La versione che ho realizzato è infatti carica di gusto, d’ispirazione francese ma naturalizzata valdostana per via della fontina 🙂

Servita nei bistrot in cocotte di ceramica monoporzione, la soup à l’oignon, si presenta come una portata essenziale ed elegante.

Solitamente la ricetta d’oltralpe prevede il brodo di pollo, il formaggio gruyère e le fette di baguette.

Andando incontro alla primavera e ai gusti dei nostri fan vegetariani, ho preferito un brodo di verdure leggero per bilanciare il già ricco contenuto di grassi.

La cipolla, oltre a donare un sapore dolce e vellutato a questa zuppa, contiene la quercetina ed altre importanti sostanze come la vitamina k che rafforzano l’apparato scheletrico, riducono la perdita di minerali come il calcio e vanno a stimolare gli osteoblasti (le cellule costruttrici delle ossa).

In Francia troverete questa zuppa come antipasto, come entrée, ma essendo un piatto così succulento e corposo potreste pensare di servirla come portata principale.

Consiglio in abbinamento un vino territoriale che regoli la grassezza burrosa della sfoglia e del formaggio, un Blanc de Morgex et de la Salle Metodo Classico Brut, spumante fresco e citrino con una piacevolissima chiusura salina sassosa.

Per questa zuppa in crosta dalle delicate note vegetali, Valeria consiglia una tazza di Ceylon Nuwara Eliya, tè nero leggero ma con carattere.

Alba

zuppa di cipolle in crosta

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